Dislessia

dislessiaLa Dislessia e l’Apprendimento sono strettamente connessi,  in quanto un bambino dislessico, in genere, ha maggior difficoltà nell’apprendimento di un bambino non dislessico.

Perché?

Chiariamo subito che non c’entra l’intelligenza: un bambino dislessico non è uno stupido, anzi, spesso è molto brillante e intuitivo. Abbiamo molti esempi di persone che hanno lasciato un’impronta costruttiva nella storia e che erano dislessiche: Leonardo da Vinci, Einstein, Walt Disney, Tom Cruise, John Lennon, Pablo Picasso, Muhammad Ali, campione mondiale dei pesi massimi, ecc. La dislessia non impedisce a nessuno di imparare e di avere successo nei campi più diversi, musicale, ingegneristico, fumettistico, artistico, sportivo, ecc.

Premesso quindi che una persona dislessica è una persona intelligente, vediamo ora  di concentrarci un momento sul significato di dislessia e di capirne meglio il senso.

La normativa vigente (mettere il link) la definisce come segue: “La dislessia è il disturbo specifico di lettura e si caratterizza per la difficoltà a effettuare una lettura accurata e fluente in termini di velocità e correttezza; tale difficoltà si ripercuote, nella maggioranza dei casi, sulla comprensione del testo”.

Vediamo qualche esempio: un bambino che fa fatica ad effettuare una lettura accurata, precisa, veloce e corretta, è un bambino che spesso non riesce a riconoscere e/o a discriminare bene le lettere l’una dall’altra (scambia la a per la e, la d per la b, la q per la p, ecc…); oppure legge una parola a metà, preso magari anche dall’ansia di leggere più in fretta (ad es. tavola per tavolata); oppure salta, condensa o stravolge l’ordine di alcune lettere o gruppi di lettere, soprattutto nelle parole lunghe (spettacolare può diventare spettrale o viceversa o trasformarsi in una parola senza senso, come spettolare o altro). A volte poi, se si tratta di una parola nuova, il bambino potrebbe addirittura non riuscire a leggerla del tutto, come se fosse una parola inventata, cioè, come dicono gli esperti, una “non parola”.

Nella migliore delle ipotesi un bambino dislessico presenta solo una delle tante difficoltà di cui abbiamo fatto gli esempi. Spesso però queste difficoltà coesistono in modo più o meno evidente.

Possiamo bene immaginarci, a questo punto, quanto possa essere difficile, per un bambino dislessico, “comprendere” il testo che legge. Se per noi la lettura di una parola è semplice, automatica e spontanea e comporta poca fatica, al punto che alcuni di noi riescono a leggere un libro intero in pochi giorni, per un bambino dislessico leggere una parola (si badi bene, una parola, non una pagina!), in termini di fatica, è come fare 2 o 3 gradini in salita ogni volta: proviamo a fare 2 o 3 gradini per ogni parola che abbiamo letto di questo testo e cerchiamo di immaginarci come potremmo sentirci alla fine. Il presente testo è composto di circa 950 parole, se per ogni parola facciamo anche solo 2 gradini, per esaurire il testo dovremmo farne almeno 1900… Quanto tempo impiegheremmo a farli tutti? Come staremmo alla fine? E se i testi da leggere fossero 2, entrambi di 900 parole? Dovremmo fare 3800 gradini! Siamo sicuri che riusciremmo a farli tutti? Forse ci verrebbe l’angoscia di non farcela! E se in cima ci fosse qualcuno ad aspettarci per dirci che “siamo in ritardo, che siamo lazzaroni, che non ci stiamo impegnando, che stiamo perdendo tempo , che se andiamo avanti così non combineremo mai niente nella vita”….e via discorrendo? Che cosa penseremmo di noi stessi? Che immagine avremmo di noi? Ci sentiremmo persone solide e sicure? O forse svilupperemmo un concetto di noi, di persone sempre incerte, insicure, magari incapaci?

Fermiamoci qui, per dire che questo esempio ci illustra un po’ a grandi linee come in genere si sente un bambino dislessico, ogni volta che deve leggere una pagina!

Tuttavia la cosa è ancora più complessa. Infatti la dislessia può anche comportare, parallelamente, una più o meno grave difficoltà a scrivere le parole in modo corretto: si parla allora di disortografia (il bambino sbaglia l’uso delle doppie, degli accenti, dell’h, ecc…).

Può comportare anche un tipo di scrittura poco fluida, disordinata, discontinua, che i docenti spesso definiscono “a zampa di gallina”: si parla allora di disgrafia. Frequentemente i docenti e lo stesso bambino, non riescono a rileggere ciò che è stato scritto. Quale insegnante non commenta in questi casi, anche solo bonariamente, “asino di natura chi non sa leggere la propria scrittura”? Nei casi peggiori il bambino viene sgridato e castigato perché “scrive male”, e viene costretto a ricopiare più volte la stessa cosa, e ogni volta con risultati scadenti!

Queste cose vanno ad aumentare la fatica del bambino dislessico che ha sempre l’impressione di non farcela mai bene da nessuna parte. Dulcis in fundo: alcuni bambini hanno anche difficoltà a fare i calcoli, a imparare a memoria le tabelline e a manipolare rapidamente i numeri, cioè sono portatori della cosiddetta discalculia. E’ facile che qualcuno dica loro: sei proprio lazzarone, non studi nemmeno le tabelline!

Non che sia tutto biasimevole ciò che fanno gli adulti verso i bambini dislessici; tuttavia la frequenza, l’intensità, spesso l’ostinazione che essi mettono nel far presente al bambino dislessico i suoi continui errori e mancanze, destabilizzano i bambini, a volte in modo grave, al punto che alcuni possono esprimere, durante la crescita e parallelamente, altri disturbi importanti di vario tipo: ansia, umore deflesso, varie forme di manie e ossessioni, strutture di personalità complesse e disturbate.

Che fare?

La prima cosa da fare, se sorge il dubbio che un bambino possa essere dislessico, indipendentemente dall’età, è fargli fare una valutazione diagnostica, in modo da confermare o escludere che si tratti di dislessia. Per come la pensiamo noi, parallelamente a questo tipo di valutazione, conviene sempre fare anche un inquadramento psicodiagnostico, cioè cercare di capire come sta realmente il bambino e come di sente.